Esame finale per il corso di Traductologies (AMU). Questo estratto mi ha dato davvero del filo da torcere. Scontato, si parla di Henry James. Non sono totalmente sicura di averlo dominato, ma d’altro canto non è questo il compito del traduttore. Viceversa, ho percepito fin da subito un feeling pazzesco col modo in cui l’autore compone. Questo mi ha portata a lasciarmi letteralmente trasportare dalla sua melodia, soffermandomi su ogni nota e gustando la scoperta degli accordi che a mano a mano scoprivo.
Nella mia préface de traduction redatta per questo lavoro ho scritto che Henry James è un autore dalla bellezza complicata: complicato da leggere e da capire, rapisce coloro che sono sensibili alla bellezza, perché lui stesso è attratto dalla bellezza, quella nascosta nelle profondità dell’animo umano. Per chi non lo conoscesse, H.J. è stato profondamente importante per la tecnica dello stream of consciousness (ebbene sì, non esiste solo James Joyce, anzi a dirla tutta il caro James si ispirò molto a Henry). D’altronde, suo fratello fu lo psicologo e filosofo William James, che ha il merito di aver concettualizzato proprio lo stream of thought (descrivendo il flusso del pensiero attraverso la metafora fluviale). In Henry dunque c’è molta interiorità, molta ricerca nel mondo (celato) dell’io, molto del cosiddetto “enigma dell’alterità”1, dove l’altro è anche l’io. Un io di cui non si arriva mai a vedere il fondo. Si vede che sotto il tappeto c’è qualcosa, ma non si arriva mai a scoprire cosa. Lo stile dell’autore, con le sue circonvoluzioni che paiono non dire mai, che rivelano senza svelare, denota una perfetta maestria nell’uso della tecnica della suggestione.
Uno stile che mai dovrebbe essere alleggerito. Quest’opera sceglie il suo pubblico, non il contrario. Occorre dunque, in questa sede ancor più che in altre, vestire i (diversi) panni dell’autore quando si traduce e lasciare che gli echi del suo pensiero risuonino in noi, mirando a prolungare almeno un tantino, se possibile, la nota unica di Henry James.
1C. Ossato, La traduzione come segno di différance : The Ambassadors e Gli Ambasciatori, p. 227
Estratto originale | Proposta di traduzione
“Strether’s first question, when he reached the hotel, was about his friend; yet on his learning that Waymarsh was apparently not to arrive till evening he was not wholly disconcerted. A telegram from him bespeaking a room ‘only if not noisy’, reply paid, was produced for the enquirer at the office, so that the understanding they should meet at Chester rather than at Liverpool remained to that extend sound. The same secret principle, however, that had prompted Strether not absolutely to desire Waymarsh’s presence at the dock, that had led him thus to postpone for a few hours his enjoyment of it, now operated to make him feel he could still wait without disappointment. They would dine together at the worst, and, with all respect to dear old Waymarsh – if not even, for that matter, to himself – there was little fear that in the sequel they shouldn’t see enough of each other. The principle I have just mentioned as operating had been, with the most newly disembarked of the two men, wholly instinctive – the fruit of a sharp sense that, delightful as it would be to find himself looking, after so much separation, into his comrade’s face, his business would be a trifle bungled (quelque peu rate) should he simply arrange for his countenance (figure) to present itself to the nearing steamer as the first ‘note’ of Europe. Mixed with everything was the apprehension, already, on Strether’s part, that it would, at best, throughout, prove the note of Europe in quite a sufficient degree.”
Strether, in prima battuta, quando raggiunse l’hotel, chiese notizie in merito al suo amico; ancorché all’annuncio del fatto che Waymarsh non sarebbe apparentemente arrivato prima di sera non si ritrovò propriamente sconcertato. Un telegramma del suddetto indicante la richiesta di una camera “solo se non rumorosa”, con risposta pagata, venne esibito per il richiedente al banco, al quale fece eco la direttiva per cui l’accordo di incontrarsi a Cester piuttosto che a Liverpool rimaneva in tal senso valida. Lo stesso tacito principio, ad ogni modo, che aveva persuaso Strether a non desiderare minimamente la presenza di Waymarsh al molo, che lo aveva spinto pertanto a posporne di qualche ora il godimento, operava ora acciocché lui sentisse di poter continuare ad attendere senza disappunto. Avrebbero cenato insieme nel peggiore degli scenari, e, con tutto il rispetto per il buon vecchio Waymarsh – se non persino, d’altro canto, per sé stesso – c’era poco da paventare che in un secondo tempo non si sarebbero visti abbastanza spesso. Il principio in corso d’opera a cui pocanzi accennavo era stato, per quello fra i due sbarcato più di recente, totalmente istintivo – il frutto di una netta sensazione che, per quanto allettante l’idea di ritrovarsi a guardare, dopo una così lunga separazione, faccia a faccia il suo compare, il suo compito stenterebbe un tantino ad avere successo dovesse limitarsi ad arrangiare un’aria da presentare al battello1 in avvicinamento in qualità di prima “nota” dell’Europa. Frammisto a tutto ciò c’era ormai l’apprensione, da parte di Strether, che ciò avrebbe, nella migliore delle ipotesi, rivelato, per tutto il tempo, la nota dell’Europa in misura del tutto sufficiente.
[1] Steamer indica precisamente il battello a vapore in italiano. Si è optato per l’omissione della locuzione a vapore perché un locutore madrelingua italiano leggendo la parola battello già visualizza nella sua mente un battello a vapore. D’altro canto, si è scelto di non tradurre il termine con piroscafo perché costituirebbe un’imprecisione: piroscafo può essere alimentato a vapore, ma anche con altri combustibili (https://www.treccani.it/vocabolario/piroscafo/).
Estratto originale pubblicato in Henry JAMES, The Ambassadors, London, Penguin Books («Classics»), 2003, p.55.
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