Dylan Thomas, ahimè ancora poco conosciuto rispetto a quello che dovrebbe, per il valore prezioso che hanno le sue opere, è l’autore della poesia che mi accingo a presentarvi.
Gallese di Swansea (1914-1953), la sua vena poetica pulsa fin dalla tenera età: pubblica, infatti, la prima raccolta di poesie a 11 anni, sul giornalino scolastico.
In età adulta, la sua è una vita di grandi eccessi, fatta di sperperi e di problemi legati a una dipendenza dall’alcool, problemi che gravano anche sulla famiglia.
Fra gli anni Trenta e Quaranta, il suo lavoro fa vivere una fiorente stagione alla poesia inglese. La sua è un’opera oscura e labirintica, che arriva dovunque, non si pone limiti, che si impone capace di non sottostare ad alcun tipo di tabù. L’unico “limite” è la struttura: un’impalcatura naturale, che viene costruita a mano a mano che le parole stesse riempiono le pareti di immagini emozionanti e ancestrali, ma tangibili, reali.
Le tematiche sulle quali verte la sua opera sono, inevitabilmente, la morte, la natura, l’amore, la vita, in un ciclo continuo di rinascite che sembra andare proprio nella direzione di una “unità estatica e drammatica di tutto il creato” di tutti i luoghi e di tutti i tempi (come l’autore della pagina Wikipedia su Dylan Thomas ha scritto).
Dylan Thomas ha l’aria di un cantastorie cresciuto a pane e leggende, miti che fanno riferimento a una tradizione religiosa di tipo panteista – pensiamo all’immagine al verso 8: le anime dei defunti che ballano in una verde radura, immagine che riconduce a quella dei Campi Elisi della mitologia greco-romana più che al paradiso cristiano, motivo peraltro della scelta di tradurre proprio con campi elisi -, e a ballate del folklore locale, che l’hanno profondamente influenzato, sia in termini di struttura stilistica, sia di ritmo e musicalità.
Non mi dilungo oltre. Segue la mia proposta di traduzione per questa speciale villanelle1. Consiglio vivamente di ascoltare il video qua sopra in cui l’autore in persona recita i suoi versi.
[1] La villanelle si compone di 5 terzine e 1 quartina conclusiva. Prevede 2 ritornelli (in questo caso: Do not go gentle into that good night e Rage, rage against the dying of the light), che chiudono le terzine (al terzo verso) in modo alternato, rimando col primo verso, fino all’ultima strofa, la quale contiene invece entrambi i ritornelli. È una forma poetica spesso usata per esprimere ossessioni. La ripetizione impedisce l’utilizzo di un tono convenzionale. T.S. Eliot, a proposito di forma e contenuto della villanelle, scrive: “usare una forma molto rigida è un aiuto, perché consente di concentrarsi sulle difficoltà tecniche della padronanza della forma e di dare al contenuto del poema una versione più inconscia e più libera”.
Dylan Thomas, Do not go gentle into that good night | Proposta di traduzione Non ci si inoltra docili in quelle tarde ore
1 “Do not go gentle into that good night,
2 Old age should burn and rave at close of day;
3 Rage, rage against the dying of the light.
4 Though wise men at their end know dark is right,
5 Because their words had forked no lightning they
6 Do not go gentle into that good night.
7 Good men, the last wave by, crying how bright
8 Their frail deeds might have danced in a green bay,
9 Rage, rage against the dying of the light.
10 Wild men who caught and sang the sun in flight,
11 And learn, too late, they grieved it on its way,
12 Do not go gentle into that good night.
13 Grave men, near death, who see with blinding sight
14 Blind eyes could blaze like meteors and be gay,
15 Rage, rage against the dying of the light.
16 And you, my father, there on that sad height,
17 Curse, bless me now with your fierce tears, I pray.
18 Do not go gentle into that good night.
19 Rage, rage against the dying of the light.“
1 Non ci si inoltra docili in quelle tarde ore,
2 La terza età al calar del sol dovrebbe ardere e protestare;
3 In collera, in collera allo smorzarsi del bagliore.
4 Sebbene i savi infine riconoscano l’oscurità sia giusta sorte,
5 Poiché le loro parole mai fendettero alcun fulmine, sanno che
6 Non ci si inoltra docili in quelle tarde ore.
7 I probi, lì lì per il commiato, lacrimando quanto luminose
8 Le loro misere gesta avrebbero danzato su campi elisi, stanno
9 In collera, in collera allo smorzarsi del bagliore.
10 I folli che cantando catturarono in volo il sole,
11 Apprendendo troppo tardi quanto dolore gli causarono
12 Non ci si inoltra docili in quelle tarde ore.
13 I severi, morituri, che accecati vedono come
14 gli occhi ciechi potrebbero brillar quasi meteore e giubilare,
15 In collera, in collera allo smorzarsi del bagliore.
16 E tu, padre mio, là su quel triste colle,
17 Maledici, benedicimi, ti prego, con le tue lacrime feroci.
18 Non ci si inoltra docili in quelle tarde ore.
19 In collera, in collera allo smorzarsi del bagliore.
Estratto originale pubblicato in Country Sleep, ed. New Directions, New York, 1952
F.S. 1966-2016 R.I.P. Buon viaggio papi
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